Flash sulla poetica di Fabio Cappellini
di Raimondo Vettoriello
Tratto saliente dei versi di Fabio Cappellini è che egli, poetando, mantiene
sempre ben saldi i piedi a terra: vive guardando al quotidiano e alle sue
asperità e ne risulta uno spaccato esistenziale di problemi in una sequenza che
è ampia ricognizione e al tempo stesso diagnosi di mali acuti della società; ma
questa rassegna non prelude alla rassegnazione perché la medaglia, come tutte,
ha il suo rovescio, sul quale è possibile leggere la "ricetta" salvifica del
poeta.
* * *
Fabio Cappellini ha pubblicato su apostrofo (al 29.4.2008) 402 testi, tra i
quali sono state scelte - per questa scheda - circa venti poesie: tutte quelle
Inviate nel 2008 (escluse le sperimentali o di laboratorio) ed alcune del 2007.
È un Autore meritevole di attenzione per il motivo ben espresso da Cesare Pavese
ne "Il mestiere di vivere": Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già
da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma.
Il tono lirico a volte può, a prima vista, dare l’impressione d’un preannuncio
di resa: quasi un sommesso cedimento. A che cosa? Sicuramente a quei mali del
mondo, individuali, sociali e psicologici, evidenti in molte composizioni. Sono
mali cospicui, che attraversano e lacerano la nostra quotidianità, ed ai quali
sembra difficile poter sfuggire, come denunciano l’incipit e la chiusa di
"Marinai" (*): Riesce malamente / quel dio in manovra / ancora questa barca /
regge e imbarca acqua //...// Lui fa il suo / e del mio / si darà pace.
Il disagio che l’Autore esprime, di fronte a particolari situazioni ed eventi di
vasta portata, trova ulteriori conferme nei versi di "Occidente bastardo" in
forma autocritica tra il generale e il personale (mi commuove la fame / che non
so mio malgrado) e con volontà di riscatto: rinnego il passato / apro la
frontiera; ma questa apertura, vista come possibile rimedio, è causa di nuovi
mali testimoniati da "Guardie e ladri": sono i padroni nuovi / e tu un ladro.
Ne derivano le sconfortanti conclusioni di "Una definizione di libertà" (pallina
di gomma // pare sia libertà / ma rimbalza sempre / su pareti e soffitti) o di
"In questo Paese, io": un paese in cui c'è molto da fare / nel bosco delle
intenzioni perfette, tanto da sentirsi preso in giro // immagine sbiadita / che
si ostina a volermi / rappresentare.
Così tutto finisce per perdere vitalità o dinamismo, come in "Déjà vu" (mi calo
nei tempi //...// ritorno alla piazza / tutto rimane com'era / il mio percepire
/ e quel che gli serve), oppure assume contorni paradossali, persino nella
visione della morte (in "A quel certo punto: ?"): Parlar di morte è comico /
quasi avesse un naso finto / e io dovessi intervistarla / mentre presiede al
funerale; tant’è che (in "Morte, assoluzione e luppolo"), di fronte al suo odore
pastoso e forte / di nudità definitiva / indifesa / per questo sigillata a
stagno e sepolta / prima che la ragione veda // bevo una cattedrale di birra.
Se la metaforica ubriacatura consente all’Autore di prendere le distanze dai
sapori acri dell’altro da sé, al tempo stesso lo stringe in cunicoli
introspettivi, ora memoriali ora riflessivi, inevitabilmente emozionali
soprattutto quando il movente ispirativo è l’amore. I versi di "Come dovevo"
rievocano un amore del quale è vivo il profumo / del gelsomino come quando la
presi / mentre ancora appendeva / le sue stelle / ad un cielo acerbo; anche
altre liriche sono intrise di ricordi, dolci sì eppure amari, come in "Ti amo di
spalle" (Solo, chino, / giro il capo / e amo le tue labbra), e di venature
autocritiche, come in "Scusa": scusa / per quanto non ho detto allora / e per
non aver taciuto adesso.
Viene quindi fatto di chiedersi: se le cose stanno così, su uno sfondo fatto più
di ombre che di luci , è ovvio che la lirica significativamente intitolata
"Commiato" (*) sia una conferma di resa. Dico di no; ma vediamo perché. A me
sembra di poter leggere in questi versi piuttosto una motivata convinzione, che
racchiude in sé l’ossimoro dell’altruismo insito nell’uomo (suo malgrado) e
dell’egoismo tipico del poeta; all’auspicio solidaristico iniziale (la mia vita
/ si interrompa / la mia memoria / si perda / se tutto questo / vale un tuo
giorno sereno) segue quello proprio del poeta: I vermi /.../ rinascano poi /
come farfalle / e la mia anima /.../ voli via con loro.
È da ritenere che con questi versi Fabio Cappellini abbia, più o meno
inconsciamente, allestito una sorta di vetrina in cui è possibile esporre
variegati campionari di malessere, da osservare, sì, con attenzione, senza però
trarre affrettate conclusioni sulla sua ineluttabilità.
Sono, io credo, due significativi punti di snodo tra la diagnosi e la prognosi
che consentono al poeta di prescrivere la sua precisa "ricetta" salvifica.
Bando, cioè, ai catastrofismi dell’anima, che ora si rivolge a sentimenti
luminosi in grado di rischiarare il buio fin qui rinvenuto: in "Armonico" (*) la
luce viene dal riso perfetto di bambino / con sguardo adulto / che non lo sa /
d'esser felice; in "Temi antichi e nuove atmosfere" la consapevolezza si
rafforza quando Riprendo con fogli smangiucchiati da tarme / determinati appunti
che vagano / nel pulviscolo illuminato / da un primo raggio / che non mi
aspettavo; in "Camino" il rinnovamento è acquisito: fosse già quel tempo / che
sta nella speranza; infine, in "Oggi", ecco l'anima /.../ (strizzata) / messa ad
asciugare / sul filo teso / tra me e qualcosa //...// a rubare / la vita che
saprei / che sarei bravo a fare / come autore / e attore.
Attivarsi in quest’area mentale e sentimentale equivale a metabolizzare ogni
male dell’odierna condizione umana, tant’è che - come si è visto - l’animo
rinfrancato del poeta, nel riscoprire che effettivamente c’è spazio per la
speranza, si concede momenti di lirica pura, pur prendendo le mosse proprio dai
temi che vorrebbero precluderla.
Nei suoi versi l’Autore sa ben circoscrivere l’orizzonte di riferimento:
anzitutto saltando a pie’ pari gialle margherite o rossi papaveri di verdi campi
sotto un cielo blu, cioè rifuggendo da oleografiche raffigurazioni di realtà
emozionali puramente estetiche; di conseguenza concentrando la sua attenzione su
aspetti dell’altro da sé ben lontani dall’oleografia e dalla fruibilità estetica
fine a se stessa, in quanto generatori di immagini ed emozioni poetiche che
vanno dall’ansia alla sofferenza, dal crudo disincanto all’attonita sfiducia. Ne
viene fuori una poesia "polarizzata" su nuclei tematici che non stendono veli
pietosi ma attraversano e scavano la realtà del nostro tempo.
L’Autore sembra condividere l’avversione di Robert Musil, espressa ne "L’uomo
senza qualità", per un certo tipo di poesia: Nei tempi in cui lo spirito
rassomiglia a un mercato pubblico, passano per la perfetta antitesi di esso
certi poeti che col loro tempo non hanno nulla a che fare. Essi non si sporcano
con pensieri contemporanei, forniscono per così dire poesia pura e parlano ai
loro fedeli un morto linguaggio di grandezza, come se fossero appena tornati
dall’eternità per un breve soggiorno sulla terra.